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"Per Moreni, la pittura, il fatto di dipingere, è come un esercizio drammatico in cui i magici giuochi del gesto hanno valore solo in quanto trasmettono un messaggio appassionato fino al parossismo, e che è la risposta visiva agli interrogativi che Moreni pone a un cosmo tutto vigente nell'atto. È un cosmo pieno di lotte e contraddizioni tipicamente insolubili, eppure in lui la pittura può esser testimonianza d'una miracolosa omologia.
Anche lo svolgimento di Moreni è stato pieno di contraddizioni, d'ambiguità; ma tutto è accaduto con tanta forza positiva che io gli auguro di continuare nei suoi interrogativi ardenti senza mai risolverli, o risolvendoli solo col depositare, nel tempo, un lavoro teso alla più totale rottura.
Allla fine degli anni Quaranta Moreni fu, in un'Italia ancora molto umanisticamente picassiana e post-futurista, alla ricerca di segni "autres". Poi, quando l'astrazione fu più comunemente ammessa tornò al "soggetto" in una serie d'opere d'una tensione estrema (tempo di Frascati e subito dopo). D'allora in poi il soggetto inclina ancora a sparire, non per far luogo a un segno graficamente valido, ma a una pittura, a un tessuto pittorico. Ed è nelle trame, appunto, di questi esercizi appassionati e ineluttabili che siamo in dovere di leggere uno dei messaggi più violentemente profondi della nostra epoca, d'un'epoca che sembra inumana, ma che l'uomo può reincarnare, purché la sua angoscia salga fino al livello del gran dramma cosmico cui non gli è dato sfuggire; e, contro ogni apparenza, l'uomo può ancora amare la sua condizione, per quanto tese sian divenute le nuove regole del suo gioco.
Lontano dagli inutili accademismi che aspettano al varco anche i più audaci, Moreni vive intensamente, totalmente, quella che è, per lui, l'avventura pittorica; e mai il termine d'avventura fu più pertinente. La sua opera interroga, e si pone così a un effettivo cimento, al solo livello possibile dell'attuale condizione umana."
(Michel Tapié, cat.XXXBiennale Internazionale di Venezia 1960. p. 103)
Anche lo svolgimento di Moreni è stato pieno di contraddizioni, d'ambiguità; ma tutto è accaduto con tanta forza positiva che io gli auguro di continuare nei suoi interrogativi ardenti senza mai risolverli, o risolvendoli solo col depositare, nel tempo, un lavoro teso alla più totale rottura.
Allla fine degli anni Quaranta Moreni fu, in un'Italia ancora molto umanisticamente picassiana e post-futurista, alla ricerca di segni "autres". Poi, quando l'astrazione fu più comunemente ammessa tornò al "soggetto" in una serie d'opere d'una tensione estrema (tempo di Frascati e subito dopo). D'allora in poi il soggetto inclina ancora a sparire, non per far luogo a un segno graficamente valido, ma a una pittura, a un tessuto pittorico. Ed è nelle trame, appunto, di questi esercizi appassionati e ineluttabili che siamo in dovere di leggere uno dei messaggi più violentemente profondi della nostra epoca, d'un'epoca che sembra inumana, ma che l'uomo può reincarnare, purché la sua angoscia salga fino al livello del gran dramma cosmico cui non gli è dato sfuggire; e, contro ogni apparenza, l'uomo può ancora amare la sua condizione, per quanto tese sian divenute le nuove regole del suo gioco.
Lontano dagli inutili accademismi che aspettano al varco anche i più audaci, Moreni vive intensamente, totalmente, quella che è, per lui, l'avventura pittorica; e mai il termine d'avventura fu più pertinente. La sua opera interroga, e si pone così a un effettivo cimento, al solo livello possibile dell'attuale condizione umana."
(Michel Tapié, cat.XXXBiennale Internazionale di Venezia 1960. p. 103)